Ottantotto, il destino in un numero

Il destino in un numero. Ottantotto.

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ottantotto Anziana_al_balconeIl destino in un numero. Ottantotto.

Che indichi un anno o un minuto non fa differenza, il risultato è comunque lo stesso: un miracolo.

Fa callo! Gesù mio. È insopportabile, come sempre. Nun je la faccio più. Stà drento casa o fòri è la stessa cosa. Nun je la faccio più.

Cecilia si alza dalla poltrona, unico mobile di un salotto vuoto. Si dirige stanca verso il balcone per cercare un po’ di corrente che le dia sollievo dall’afa estiva. Mentre cammina si passa il fazzoletto bianco sugli occhi che gli lacrimano costantemente e sono sempre arrossati. Racchiude il pezzo di stoffa nel pugno della mano destra come faceva da bambina e come continua a fare ora che è vecchia e poi spalanca la finestra che da sul balcone per uscire all’aria aperta.

Il luglio romano appena iniziato sfoggia giornate da estate piena e il caldo pomeridiano non risente ancora del ponentino serale, la proverbiale brezza che proviene dal mare e che da sempre rinfresca le estati di Roma.

Cecilia si siede su una impolverata sedia di cucina che lascia sempre lì estate ed inverno. Non ne ha bisogno all’interno perché è sola e di ospiti non ce ne sono mai. Antonio, suo marito è morto sei anni fa e lei chiede ogni giorno al Signore di poterlo raggiungere; poi la domenica confessa questo suo peccato al prete di San Damaso, la chiesa sotto casa, l’unica che può raggiungere.

Cecilia ha le ossa indolenzite da tanto tempo, almeno così le sembra, non ricorda nemmeno più come sia non provare dolore. Tossisce in continuazione e ad ogni colpo di tosse è come ricevere una coltellata nel petto. Ma non sono quelli il dolore più grande. Gli acciacchi della vecchiaia fanno ormai parte della sua realtà, ma la solitudine del cuore non è cosa alla quale lei si può abituare.

Ogni volta che si siede al balcone, i suoi occhi vedono Monteverde come era tanto tempo fa. I ricordi sgretolano i palazzi nuovi fino ai Grattaceli di Via di Donna Olimpia, che lei ha visto nascere, e arrivano a Villa Pamphilj che da bambina visitava di straforo insieme alle amiche. Immergersi nei ricordi delle risate e della leggerezza per non sentire la solitudine della realtà. E nei ricordi non è mai caldo e non è mai freddo: tutto è perfetto come in un sogno.

Cecilia si asciuga nuovamente gli occhi e torna alla realtà: i palazzi riprendo il loro posto che copre il panorama e che cancella i ricordi. Sotto di lei sul marciapiede c’è un gruppetto di ragazzi che chiacchiera al riparo dal sole, da lassù non riesce a sentirne i discorsi ma gli fanno ripensare a suo figlio lontano al nord che neanche oggi si è fatto sentire.

Manco oggi che è er mio compleanno… -Sospira. – Che diceva er calendario de Frate Indovino? Luglio con sacco e saio porta li chicchi sur granaio… Ma che ne sanno questi qui de chicchi de grano? Belli loro… – Sospira ancora. – Ottantotto anni che sto ar monno… ottantotto…

Cecilia da quel balcone osserva la vita che scorre tutti i giorni da anni, ma con il passare del tempo ha perso attenzione passando lentamente ed inesorabilmente dall’osservare al vedere fino all’inevitabile indifferenza. Le giornate sono sempre uguali, la gente è sempre uguale e anche suo figlio che vivendo lontano non ha mai tempo di farle vedere i nipoti. Le dinamiche della vita.

Cecilia lo sa, le conosce, ma piano piano le ha dimenticate avvolta come è nel ricordo di un passato che non importa come sia stato ma che era vita. E immersa nella sua indifferenza quasi non si accorge del silenzio irreale di quel pomeriggio.

Ma che fine hanno fatto tutti? – Pensa infine. – È martedì sera e nun vola una mosca. Mah. Ma è martedì? O me so sbajata? Nun me ricordo gnente Gesù mio. Ma che campo a fa? Famme morì Signore. Famme morì. – E una lacrima cade, una lacrima vera, nascosta tra il sale dell’epifora di un occhio sfinito. In quella lacrima c’è tutta una vita e tutte le emozioni di un cuore che di amare non smetterà mai.

La nostalgia si fa strada nell’anima di Cecilia, rafforzata dai colori del tramonto, da quella casa troppo grande per un’anziana sola e dalla lentezza dello scorrere del tempo che adesso le appare immobile come le bandiere, tante bandiere afflosciate ai balconi e alle finestre delle case.

Cecilia si alza e si affaccia al parapetto. La testa è pesante. I ragazzi giù in strada non ci sono più.

E se ma lasciassi cadè? Oh mio Dio perdoname! Nun je la faccio più… perdoname. Ma tanto a chi interesserebbe de come so morta? Dar balcone o a letto fa differenza? Antonio mio… almeno te rivedrei. Oh mio Dio perdoname pe sto pensiero zozzo! Figlio mio perdoname pure tu. Tu madre è stanca de tutto, ma pure tu… ‘na telefonata solo pe dimme che stai bene… Perdoname.

E poi la testa è sempre più pesante e l’asfalto sempre più invitante. La fine di tutto, la voglia di un abbraccio, il desiderio profondo di essere chiamata con un sorriso. Morire per non essere più sola.

Perdonateme tutti! Perdonami Signore mio… ve vojo bene e ve porto con me

 

GOOOOOOOOOOOLLLLLLLLL

E Roma esplode. Urla arrivano dappertutto. Si sentono le trombe e i clacson e le bandiere ora incredibilmente sventolano tutte. I ragazzi sono ricomparsi. Saltano come matti e urlano qualcosa di incomprensibile. Cecilia non capisce ma si accorge di avere le mani serrate al bordo della ringhiera.

Signò? Daje signò avemo segnato! Goooo.

Poi il telefono squilla e lei quasi non lo sente per il frastuono. Si avvicina alla cornetta con la testa che ancora le gira e la sensazione strana di essere scampata a qualcosa di orribile.

– Pronto? Pronto? Chi è? – Grida.

Anche nella cornetta sente solo le urla e una gran confusione.

– Nonna! Nonna! Auguri.

Pronto ma chi è che nun sento gnente co sto macello…

– Nonna sono io, Luca. Nonna Auguri. Noi stiamo in un autogrill e stiamo venendo da te a mangiare le fettuccine.

Luca? Oh bello de nonna grazie… grazie ma che succede? Non ho capito. Che succede? Dove sei? Dov’è tu padre?

– Ha segnato Baggio nonna! Ha segnato Baggio! Un miracolo!!!

Roma 5 luglio 1994

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