Solo come tutti i numeri 1

Una sfida persa in partenza che segna l'inizio di una carriera

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Si nasce per uno scopo e la vita, alle volte, te lo fa scoprire per caso.
Questa è la prima sfida tra Rui Costa e José Henrique

Da piccolo anch’io sognavo il numero dieci sulle spalle, come tutti. Ero più grande di statura dei miei coetanei e questo mi avvantaggiava sia nelle partitelle in cortile ad Arrentela, dove sono nato, sia nelle prime partite vere nei pulcini del Seixal.

È un posto strano Arrentela, legato all’oceano Atlantico, che ha scavato la terra lusitana per trovarlo, insinuandosi nella sua anima, e quell’oceano cattura anche te. Un posto di musicisti e pescatori, gente tranquilla, come eravamo noi.

In un periodo complicato per la storia del mio paese con una dittatura agli sgoccioli e la crescente voglia di democrazia mio padre faceva il medico in tutta Setùbal , mamma era casalinga e pregava che papà tornasse a casa la sera sano e salvo: i dottori erano tra le figure più controllate dal regime del Paese proprio perché avevano la possibilità di entrare in ogni casa e magari divulgare tra il popolo messaggi rivoluzionari.

Mio fratello minore Jeorge e io eravamo ignari di tutto e passavamo tutto il giorno in cortile a Rua Boa Hora.  Abitavamo al primo piano del numero 49, con una grande finestra ad angolo che ci permetteva di tenere il cortile sotto controllo. Appena vedevamo gli amici, scappavamo via tra le grida spazientite di mamma, che aveva perennemente il fazzoletto in testa ed era sempre intenta a pulire qualcosa e a cercare di non creare chiacchiere inutili.

Un’infanzia, per certi versi, comune a molti, con un papà fissato per la salute e lo sport e una mamma troppo apprensiva. Il mio nome, José, era quello di un grande portiere del passato: José Henrique Rodrigues Marquez, anche lui di Arrentela: quando io nascevo, lui si apprestava a partecipare al record di vittorie consecutive del Benfica, 29, tra il 1971 e il 1973. Ma quando sei piccolo al destino non ci pensi; da bambino i tuoi pensieri e le priorità sono altri.

Le estati le passavamo sulla spiaggia di Arrentela a sfidare i ragazzi di Amora, dall’altra parte della foce, che venivano in spiaggia da noi perché c’era più spazio. Già nei primi Anni ‘70 Avenida Repùblica era un lungomare coi fiocchi. A noi sinceramente non interessava, l’importante era avere uno spazio per giocare: 5 contro 5, 7 contro 7, 11 contro 11. Queste erano le uniche regole, il resto lo si inventava al momento, dalle porte alle linee di delimitazione del campo, ogni volta diverso e per questo unico.

Dall’autunno alla primavera ci si allenava nel cortile sotto casa e d’estate se ne raccoglievano i frutti. Forse proprio nella prima infanzia imparai la cultura dell’allenamento quotidiano. Perché non è che si giocasse solamente, ma si provavano i tiri col piede debole, le punizioni, i rigori. Ognuno a turno proponeva un esercizio.

Anche noi, come molti altri bambini, abbiamo avuto i nostri grattacapi. Qualche specchietto d’auto rotto che mio padre era costretto a ricomprare, ginocchia distrutte, che ancora papà rattoppava con pazienza infinita, e qualche rissa che finiva con doppia punizione, fisica e morale. Tutto questo preoccupava mia madre perché lei era riconosciuta come la moglie del Dottore, una persona istruita ed educata e nono voleva in nessun modo attirare attenzioni su di sé. I suoi figli non potevano commettere birichinate, dovevano essere perfetti. Ma a parte queste cose, mio fratello Jeorge e io eravamo dei bravi bambini. Tranquilli a scuola, che a Jeorge piaceva più di me, e ubbidienti in genere. Un po’ vivaci, ma niente di più.

All’età di otto anni papà m’iscrisse nella squadra del Seixal, una società piccola ma ben organizzata.
Jeorge mi raggiunse l’anno successivo. Il primo anno facemmo tanto gioco libero. Il nostro allenatore, Luis Valentim, un signorone pelato e bonaccione, ci lasciava giocare senza molte regole, a parte quelle basilari del campo. Fu bravissimo perché così ci si appassiona di più al gioco e quando poi s’incomincia a inserire un po’ di tattica il bambino apprende più serenamente i movimenti.

L’anno seguente disputammo il nostro primo campionato e quando indossai per la prima volta la maglia a strisce rosse e blu mi sentii un vero giocatore e giurai eterna fedeltà al club con lo stemma dai due remi incrociati.Tutto quello che apprendevamo dall’allenatore e tutti gli esercizi svolti durante gli allenamenti, ovviamente, li ripetevamo poi con i nostri amici nel cortile sotto casa. In pratica, vivevamo di calcio e Jeorge il pallone se lo portava anche a letto.

Papà spese una fortuna in scarpe e parastinchi, ma il 9 settembre 1979 feci il mio esordio all’Estadio Do Bravo contro il Montemor, vincendo per 1-0. Il gol partita lo segnò Vitor Martinho, uno dei nostri amici del cortile. Era il più basso e, ovviamente, veloce. Un viso da monello, sempre allegro, che non potevi non trovare simpatico, e due occhi vispi che guardavano in tutte le direzioni senza fermarsi mai. Avevamo tutti nove o dieci anni e stavamo imparando a muoverci e a sviluppare le nostre caratteristiche.

Io giocavo a centrocampo e dopo quattro partite il Mister mi spostò da mezza punta. Avevo realizzato il mio sogno: la maglia numero 10. Non ci dormivo di notte.
Ero arrivato dove volevo e io quella maglia non avevo nessuna intenzione di lasciarla a nessun altro.

Solitamente era mamma ad accompagnarci agli allenamenti. Uscivamo da casa alle due del pomeriggio e con qualsiasi situazione atmosferica camminavamo per una buona mezz’ora fino a Quinta de Trinidade, dov’era il campo di allenamento del Seixal.
Julia, santa donna, aspettava pazientemente che mio fratello e io finissimo gli allenamenti e poi ripercorrevamo il tragitto a ritroso fino a casa, fermandoci a mangiare il fantastico toast di Braima, un chioschetto che si trovava proprio a metà strada tra il campo d’allenamento e casa nostra.

Gli allenamenti si svolgevano tre volte alla settimana, alle tre del pomeriggio, e io li adoravo, forse più della partita. Perché agli allenamenti si parlava, si scherzava e ci si sentiva più uniti. Se devo proprio trovare una pecca nel Mister Valentim, è quella di non essere stato in grado di trasmettere l’idea che quello che si faceva era un gioco e tale doveva rimanere anche in una gara ufficiale. La goliardia degli allenamenti alla domenica spariva. Comunque le cose andavano bene e cominciammo ad avere una certa continuità di risultati, finché non incontrammo il Benfica, l’artefice del mio destino.

In una sola partita persi tutto: dalla mia maglia al posto in squadra e persino le mie fragili convinzioni di bambino. Non fu tanto per il blasone dell’avversario, ma per il giocatore che indossava il mio stesso numero di maglia: Manuel Rui Costa. Aveva due anni meno di me ed era imprendibile. Un furetto con lunghi capelli neri, magro come un chiodo e con la fascia di capitano. Il più piccolo di tutti, ma il più grande in assoluto. L’avversario più forte che io abbia mai incontrato e che non ho mai avuto occasione d’avere come compagno di squadra.

Ce ne fece cinque (una manita) in quindici minuti. Una cosa mai vista. La palla danzava fra i suoi piedi, poi spariva per riapparire in fondo alla rete.
Era elegante e veloce già a quell’età. Alla fine del primo tempo, il Mister ci vedeva tutti abbattuti e, per la prima e unica volta, ci ricordò che si trattava di un gioco e che dovevamo solo pensare a divertirci. Ma come puoi divertirti, se la palla non la tocchi mai? Non si giocava ad armi pari.

Io ero furioso e ripresa la partita feci subito un brutto fallo. Il Mister stava per sostituirmi per punire il mio comportamento, solo che Rui Costa recuperò il pallone e lanciò un suo compagno in contropiede. Il nostro portiere, Ricardo Freitas, un bambino corpulento e goffo, franò addosso all’attaccante facendosi espellere. Non avevamo un altro portiere e il Mister scelse me perché ero il più alto.

Misi la maglia numero 1, abbandonando lo zero per sempre e, con esso, i miei sogni di gloria. Erano le 12,38 del 25 novembre 1979, l’inizio della mia carriera da portiere e della mia solitudine.

Rui Costa mise il pallone sul dischetto con tutta la calma che può avere un bambino di sette anni. Guardò solo l’arbitro che soffiava nel fischietto. Quando calciò, io ero ormai a due metri da lui e il pallone mi sbatté sul petto. L’arbitro fischiò nuovamente: ero scattato incontro alla palla non sapendo come si dovesse comportare un portiere su un calcio di rigore. Fui catechizzato; i giocatori avversari e i miei compagni ridevano come matti.
Odiavo stare in porta, io volevo segnare.

Guardai tutti con disprezzo e mi sentii abbandonato anche dai miei genitori sugli spalti. Ma quello che odiavo più di tutti era quel moccioso magro che mi guardava con superiorità. In quel momento, per me, il nemico. Era colpa sua se mi trovavo in quella situazione, sua e di nessun altro.

Il rigore fu ripetuto. Io rimasi fermo sulla riga di porta, come aveva comandato l’arbitro. Rui Costa tirò deciso a incrociare alla sua sinistra.

In quell’istante, in quel preciso istante, non so spiegare né come né perché, scattò qualcosa dentro di me. Vedevo l’avversario come se si muovesse al rallentatore e questo mi permise di capire da che parte avrebbe tirato. Il tuffo alla mia destra venne naturale e fluido come se lo avessi sempre fatto e come se il gesto facesse semplicemente parte di me. Deviai il pallone scagliato a filo d’erba e sentii urlare tutti i miei compagni come se avessimo vinto, mentre eravamo sotto di sette gol.

Mi abbracciarono tutti e io ricambiai, eppure quel senso di vuoto e di abbandono non andò via, rimase in fondo allo stomaco per sempre e mi diede la dimensione giusta del significato di “estremo” difensore.

Da quel giorno la mia vita calcistica cambiò. Correvo con i compagni, poi mi toccava un allenamento specifico. Avevo scalzato Ricardo. Ora il portiere titolare ero io. E in porta finii anche nelle partite nel cortile e in quelle al mare. Paravo e anche bene. Tutti mi volevano ma poi, una volta scelto, finivo “tra i pali” e nessuno parlava più con me, lasciandomi solo come tutti i numeri 1.

Solo come tutti i numeri 1

Tratto da Solo come in Area di Rigore (Infinito Edizioni,  Roma – 2014)

Grazie a Museu Benfica – Cosme Damião e Sport Lisboa e Benfica

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